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Omero

Odissea iNTELLiBOOK
Traduzione di Vincenzo Monti

Libro Quarto [by reading-path Telemaco]

Giunsero all'ampia, che tra i monti giace,
Nobile Sparta, e le regali case
Del glorïoso Menelao trovaro.
Questi del figlio e della figlia insieme
Festeggiava quel dì le doppie nozze,
E molti amici banchettava. L'una
Spedìa d'Achille al bellicoso figlio,
Cui promessa l'avea sott'Ilio un giorno,
Ed or compieano il maritaggio i numi:
Quindi cavalli e cocchi alla famosa
Cittade de' Mirmìdoni condurla
Doveano, e a Pirro che su lor regnava.
E alla figlia d'Alettore Spartano
L'altro, il gagliardo Megapente, unia,
Che d'una schiava sua tardi gli nacque:
Poiché ad Elèna gl'immortali dèi
Prole non concedean dopo la sola
D'amor degna Ermione, a cui dell'aurea
Venere la beltà splendea nel volto.
Così per l'alto spazïoso albergo
Rallegravansi, assisi a lauta mensa,
Di Menelao gli amici ed i vicini;
Mentre vate divin tra lor cantava,
L'argentea cetra percotendo, e due
Danzatori agilissimi nel mezzo
Contempravano al canto i dotti salti.
Nell'atrio intanto s'arrestaro i figli
Di Nestore e d'Ulisse. Eteonèo,
Un vigil servo del secondo Atride,
Primo adocchiolli, e con l'annunzio corse
De' popoli al pastore, ed all'orecchio
Gli sussurrò così: «Due forestieri
Nell'atrio, o Menelao, di Giove alunno,
Coppia d'eroi, che del Saturnio prole
Sembrano in vista. Or di': sciorre i cavalli
Dobbiamo, o i forestieri a un altro forse
Mandar de' Greci, che gli accolga e onori?»
D'ira infiammossi, e in cotal guisa il biondo
Menelao gli rispose: «O di Boète
Figliuolo, Eteonèo, tu non sentivi
Già dello scemo negli andati tempi,
E or sembri a me bamboleggiar co' detti.
Non ti sovvien quante ospitali mense
Spogliammo di vivande, anzi che posa
Qui trovassimo al fin, se pur vuol Giove
Privilegiar dopo cotante pene
La nostra ultima età? Sciogli i cavalli,
E al mio convito i forestier conduci».
Ratto fuor della stanza Eteonèo
Lanciossi; e tutti a sé gli altri chiamava
Fidi conservi. Distaccaro i forti
Di sotto il giogo corridor sudanti,
E al presepe gli avvinsero, spargendo
Vena soave di bianc'orzo mista,
E alla parete lucida il vergato
Cocchio appoggiâro. Indi per l'ampie stanze
Guidaro i novelli ospiti, che in giro
D'inusitata maraviglia carche
Le pupille movean: però che grande
Gettava luce, qual di Sole o Luna,
Del glorïoso Menelao la reggia.
Del piacer sazî, che per gli occhi entrava,
Nelle terse calâr tepide conche;
E come fur dalle pudiche ancelle
Lavati, di biond'olio unti e di molli
Tuniche cinti e di vellosi manti,
Si collocaro appo l'Atride. Quivi
Solerte ancella da bell'auro vaso
Nell'argenteo bacile un'onda pura
Versava, e stendea loro un liscio desco,
Su cui la saggia dispensiera i pani
Venne ad impor bianchissimi, e di pronte
Dapi serbate generosa copia;
E d'ogni sorta carni in larghi piatti
Recò l'abile scalco, e tazze d'oro.
Il re, stringendo ad ambidue la mano:
«Pasteggiate», lor disse, «ed alla gioia
Schiudete il cor: poscia, chi siete, udremo.
De' vostri padri non s'estinse il nome,
E da scettrati re voi discendete.
Piante cotali di radice vile,
Sia loco al vero, germogliar non ponno».
Detto così, l'abbrustolato tergo
Di pingue bue, che ad onor grande innanzi
Messo gli avean, d'in su la mensa tolse,
E innanzi il mise agli ospiti, che pronte
Steser le mani all'imbandita fera.
Ma de' cibi il desir pago e de' vini,
Telemaco, piegando in vêr l'amico,
Sì che altri udirlo non potesse, il capo,
Tale a lui favellò: «Mira, o diletto
Dell'alma mia, figlio di Nestor, come
Di rame, argento...

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